Bari, la raccolta degli abiti usati: «Tonnellate di indumenti, ma sono pochi quelli riutilizzabili»

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Bari, la raccolta degli abiti usati: «Tonnellate di indumenti, ma sono pochi quelli riutilizzabili»
BARI - La quantità cresce ma la qualità è sempre più bassa, tanto da rendere difficile dar loro una seconda vita. È questa la situazione attuale della raccolta e riutilizzo degli indumenti usati, un sistema creato per aiutare le persone in difficoltà economica.

A Bari chiunque può conferire i propri vestiti all’interno di centinaia di contenitori distribuiti in strade e parrocchie e gestiti da enti di volontariato o imprese private in collaborazione con il Comune o la Diocesi. Il problema è che il capoluogo pugliese riflette il trend generale legato al fenomeno del fast fashion: si acquistano capi a basso prezzo che si rovinano molto in fretta, tanto da non poter essere riutilizzati.

Risultato: i cittadini continuano a lasciare nei raccoglitori gli abiti che non mettono più, ma questi sono così logori da non poter essere messi a disposizione degli indigenti. A Bari di fatto riesce ad arrivare ai bisognosi non più del 40% del vestiario recuperato: il resto viene definitivamente buttato o dato ad aziende che li trasformano in stracci da lavoro.

Per capire meglio il sistema abbiamo sentito i referenti di tre realtà attive nel settore: due no-profit (“Equanima Onlus” e “InConTra”) oltre alla ditta incaricata dal Comune di Bari: la Cannone Srl.

Partiamo dal conferimento. A tutti sarà capitato di notare i grandi contenitori di lamiera gialli o blu in cui lasciare i sacchetti con gli abiti usati. Si trovano per strada (spesso accanto ai cassonetti dei rifiuti) o nei cortili delle chiese. Cannone Srl, la ditta di Andria che dal 2012 opera a Bari in collaborazione con Amiu, ne gestisce 280, posizionati lungo le vie di tutti i quartieri del capoluogo pugliese.

«Svuotiamo i contenitori una volta a settimana – spiega l’amministratore Antonio Cannone -. I sacchetti vengono portati al nostro stabilimento, igienizzati e deodorati per eliminare i batteri, quindi aperti dai nostri operatori che separano il contenuto riciclabile da quello non sfruttabile. Raccogliamo sino a 120 tonnellate di materiale al  mese, ma il problema è la qualità: il 70% dei vestiti è di fatto non più riutilizzabile». 

Un problema confermato da Equanima, onlus nata 15 anni fa da un progetto coordinato dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto. I loro raccoglitori sono presenti negli spazi concessi dalle parrocchie che hanno aderito al “Banco dell’abbigliamento solidale”: un’iniziativa che supporta le famiglie bisognose di vestiario, giocattoli o materiale scolastico.

Incontriamo l’associazione nella loro sede di via Imperatore Traiano, nel quartiere Madonnella.

«Gestiamo 50 contenitori – ci dice la presidente Emanuela Pacucci –: da ognuno ricaviamo al mese 300 kg di vestiti. I quartieri più “generosi”? Japigia, San Pio o la zona della parrocchia di San Marcello. Peccato che di tutta questa mole di indumenti sia riutilizzabile non più del 40%. I cittadini sono invitati a conferire capi puliti e stirati, ma in tanti usano i raccoglitori solo per smaltire ciò che non possono più mettere perché estremamente rovinato».

La questione, oltre alla scarsa educazione civica dei baresi, è legata alla qualità dei vestiti che oggi vengono generalmente usati. «I marchi di abbigliamento impiegano materie prime di bassa qualità per produrre a poco costo capi da vendere a prezzi ridotti – spiega Pacucci -. È il fenomeno del fast fashion. I consumatori spendono poco per abiti che indossano solo qualche volta: poi li buttano perché non più buoni. Ecco perché i raccoglitori si riempiono di roba inutilizzabile».

Davanti a tale andazzo, c’è chi ha deciso di procedere diversamente. Parliamo di InConTra, associazione nata nel 2007 che ha sede in via Barisano da Trani, nel quartiere San Paolo.

 «Noi non abbiamo contenitori – sottolinea il fondatore Michele Tataranni –: chi vuole donare viene qui con il proprio sacco di abiti e lo consegna ai volontari che lo aprono e selezionano il materiale riutilizzabile: ciò che non è utile viene riconsegnato al cittadino».

Ci facciamo un giro tra gli ambienti dell’associazione. Sugli scaffali e nei grandi cesti che riempiono il magazzino ci sono capi di ogni tipo: dalle scarpe alla biancheria intima, dai pigiami ai jeans, sia per adulti che per bambini.

«È tutto diviso in base alla tipologia e alla taglia - avverte Michele -. All’inizio le persone ci portavano buste con roba appallottolata e sporca, ma da quando accettiamo solo abiti lavati, stirati e piegati, la qualità del materiale raccolto è molto migliorata. Anche se non è tanto». 

Ma a chi vanno i vestiti usati? Prima soprattutto a stranieri, in particolare georgiani e africani, ma dopo la pandemia di Covid e la crisi economica che ne è seguita anche a tanti baresi: sintomo di un certo impoverimento della popolazione locale.
 
Equanima e InConTra si sono organizzati comunque con uno stesso sistema di redistribuzione. È fondato su un centro di ascolto a cui le famiglie si rivolgono illustrando il proprio stato di indigenza. Queste ultime ricevono così una scheda con un certo numero di crediti, rinnovabile periodicamente. Nei giorni prefissati si recano quindi nella sede delle associazioni per ritirare gli abiti, il cui valore viene scalato dalla scheda.

Se InConTra ospita i bisognosi in un magazzino, Equanima ha allestito una sorta di negozio con tanto di grucce e scaffali su cui sono poggiati vestiti, pigiami, pantaloni, maglie e tante scarpe. Così i beneficiari possono provare e scegliere gli indumenti come in un normale punto vendita, dimenticando per un attimo di essere lì per mera necessità. 
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