BARI – È possibile scrivere poesie d’amore evitando il rischio di risultare banali e patetici? Un poeta barese, il 42enne Giovanni Gentile (nella foto), ha provato a vincere questa sfida e l’ha fatto con la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie dal titolo evidentemente irriverente e provocatorio: “Stronza come un assolo di contrabbasso”, che è stato presentato ieri a Bari. Poi la sfida è andata oltre le sue aspettative e si è ritrovato a vincere, per alcune di queste poesie, in sequenza: il “Premio di poesia Osservatorio Alda Merini” nel 2013, il “Premio letterario osservatorio”, il terzo posto nel “Premio Travaglini” e il secondo posto nel “Premio di Poesia Laurentum”, consegnatogli dalla regista Lina Wertmuller nella biblioteca del Quirinale, tutti nel 2014. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Quando e dove è iniziata la tua avventura?
Ha avuto inizio a Roma. Nella Capitale mi ci sono ritrovato a 19 anni per andare a studiare Sociologia e ci sono rimasto sino a 31 anni. È in quella città che ho iniziato a scrivere racconti, che poi fortunatamente mi sono stati pubblicati e anche premiati, drammaturgie, che sono riuscito a mettere in scena e persino coreografie che nascono dal mio amore per la danza e per la musica che tento sempre di fondere e mescolare nei miei lavori teatrali. Ma gli ultimi due anni a Bari hanno rappresentato per me soprattutto la sperimentazione di un nuovo linguaggio e di una nuova forma artistica: la poesia. Questa nuova fase ha poi trovato il suo naturale sbocco nella pubblicazione della raccolta “Stronza come un assolo di contrabbasso”.
Titolo poco “poetico”…
E’ il titolo di una delle poesie contenute nella raccolta, ma in realtà non è affatto offensivo come si potrebbe pensare. Nella musica jazz l’assolo di contrabbasso è sgradevole ma, ciò non toglie l’importanza di questo strumento che ha il ruolo di segnare il ritmo. Come le donne, che sono sgradevoli e quindi “stronze” nel senso che cercano di dominare e di far pendere la ragione sempre dalla loro parte, ma sono loro a dare “ritmo”, senso e significato alla vita dell’uomo. Il mio linguaggio duro, sprezzante e diretto serve quindi a veicolare un atto d’amore nei confronti delle donne e della loro bellezza. Ecco perché sono convinto che nella principale libreria barese, la Laterza, che si è rifiutata di ospitare la presentazione del mio libro ritenuto sconveniente per il titolo, le mie poesie non siano mai state lette.
Le donne rappresentano il fulcro della tua opera.
Sì, ho scritto la mia prima poesia a 5 anni per riuscire a vincere la sfida di conquistare una bambina che continuava a ignorarmi. Ho raggiunto l’obiettivo e da allora non mi sono più fermato. Ognuna delle mie poesie è scritta per una donna e ognuna rappresenta un pezzo della mia vita e delle mie relazioni con l’universo femminile. Per me sarebbe impossibile scrivere di cose che non ho concretamente vissuto, di cui non abbia realmente sentito gli odori, ascoltato i suoni e toccato le fattezze. La mia è poesia dei sensi e dei segni profondi che le esperienze sentimentali hanno lasciato su di me.
''Stronza come un assolo di contrabbasso'': la poetica di Giovanni Gentile
Ti ispiri a qualche autore in particolare?
I miei poeti prediletti sono sempre stati il padre del Romanticismo inglese John Keats e quello che io ritengo il più grande poeta del XX secolo, Luis Borges. Ma accanto a loro non hanno mai sfigurano cantautori come Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Piero Ciampi e Bob Dylan, dei veri poeti. La verità è che io ho sempre amato la musica e ho anche tentato di cimentarmi in tutti i modi in questo campo, sperimentando i più diversi strumenti, finché non mi sono arreso. Poi ho avuto la fortuna di conoscere dei veri musicisti e allora ho lasciato suonare loro mentre io li accompagno con quello che mi riesce meglio: la parola. Ed è per questo che i miei reading di poesie sono sempre accompagnati da musica suonata dal vivo.
Nel frattempo sei arrivato secondo in un concorso prestigioso come il Premio Laurentum.
Devo confessare un segreto: la singola poesia vincitrice, “Vorrei tanto scrivere di noi”, è stata scritta ad arte proprio per raggiungere l’obiettivo di ottenere un premio importante come questo. Sì l’ammetto, è una poesia ruffiana sapientemente orchestrata: rispetta i canoni classici, quelli voluti e richiesti dalla tradizione poetica italiana, ovvero l’armonia e la coerenza nell’uso del linguaggio, dello stile e della metrica su imitazione dei grandi modelli classici.
Cosa non si fa per vincere qualcosa…
Sì però quella poesia mi è servita per far conoscere gli altri miei versi, quelli più scomodi e irriverenti, che parlano esplicitamente di sesso, che ammettono l’uso dell’espressione volgare e che non rispettano i canoni stilistici usando una metrica sciolta e un ritmo incostante. Perché i poeti, gli autori, devono a mio avviso tornare e rivestire quel ruolo che si erano scelti negli anni 70, quello di rompere gli schemi, scuotere le coscienze e avere il coraggio di denunciare ciò che non va. È ciò che cerco di fare con la mia poesia quando metto a nudo me stesso e il mio pensiero con assoluta sincerità, priva di filtri, in un dialogo paritetico con l’universo femminile che non può e non deve essere “protetto” da un linguaggio edulcorato e da una forma estetica piacevole, ma solo rassicurante.
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