di Katia Moro

Il Villaggio Trieste di Bari, lì dove trovarono rifugio mille profughi
BARI – Un agglomerato di basse palazzine colorate, la chiesa di Sant’Enrico, un negozio di alimentari, un giardinetto vuoto e strade silenziose e desolate: questo rimane oggi del Villaggio Trieste di Bari. Eppure questa piccola e isolata zona residenziale del quartiere Marconi, dimenticata o del tutto ignorata da buona parte dei cittadini baresi, è stata attraversata e ha pullulato di Storia, quella con la S maiuscola (Vedi galleria fotografica).Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Circoscritto tra la Fiera del levante e l’ex stadio della Vittoria, il “rione” è stato creato nel 1956 per ospitare i circa mille profughi sbarcati a Bari dopo essere stati esiliati, dopo la Seconda guerra mondiale, come rivendicazione dello spirito nazionalista dei nuovi governi nei confronti dei cittadini italiani residenti in Jugoslavia, Romania, Grecia, Turchia, Libia e Nord Africa.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Furono soprattutto i greci di origine italiana a essere accolti nel Villaggio. Tra questi, l’ora 81enne Antonio Scagliarini, che vive ancora in quelle case. «Anche se oramai siamo rimasti davvero in pochi, gli ultimi profughi stanno scomparendo e il Villaggio Trieste è stato occupato in buona parte da cittadini che nulla hanno a che fare con gli esodi del dopoguerra  – ci racconta l’anziano -. Ed è per questo che ho istituito il mio piccolo archivio, l’”Istituto storico don Policarpo Scagliarini”, nella speranza di conservare tutte le testimonianze e la documentazione che altrimenti andrebbe dispersa. Ma non ho mai ricevuto aiuti né interessamenti da parte delle istituzioni. Si ricordano di noi solo in occasione delle votazioni o delle commemorazioni ufficiali».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Scagliarini, nel 1946 fu costretto con la sua famiglia originaria di Trani a fuggire dall’isola greca di Rodi, che in quegli anni passava sotto il governo greco dopo essere stata colonia italiana per anni.  

«Perdemmo tutti i nostri beni – racconta Antonio - Partimmo il 3 novembre del 1946 con la nave Miraglia del governo italiano e arrivammo a Napoli, dove per tre giorni fummo ospitati sui vagoni per il bestiame. Giunti ad Aversa rimanemmo lì sino al 1948 in un ex-manicomio privo di qualunque servizio, fino a quando ci giunse notizia che saremmo stati trasferito a Bari nel campo profughi di Santa Chiara».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A Bari in quegli anni vengono istituiti numerosi campi profughi: nel centro storico viene utilizzato per questo uso l'ex convento di Santa Chiara, poi divenuto Casa del profugo, sul lungomare barese che ospita 270 persone, alle sue spalle la caserma Regina Elena, detta anche “Positano”, nell'ex convento di San Francesco alla Scarpa, oggi sede della Soprintendenza, con 328 unità e la caserma dei carabinieri poi divenuta arcivescovado, sul retro della cattedrale e oggi facoltà di teologia, con 120 persone.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Nella zona nuova della città vengono adibiti a campi una baraccopoli in legno, oramai scomparsa, realizzata in via Napoli all’altezza dell’attuale antenna radio televisiva e ospitante 420 profughi e la colonia marina elioterapica di epoca fascista, adiacente al lido Massimo a Fesca (anch’essa oramai inesistente), intitolata al colonnello “Ferruccio Barletta” con 240 persone. Altri campi nascono fuori dalla città di Bari, ad Altamura, Barletta e Santeramo in Colle.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


«Nel campo profughi di Santa Chiara rimanemmo per ben 10 anni – ricorda Antonio -. Tante famiglie vissero insieme in questi enormi stanzoni e corridoi divisi solo da lenzuola stese per delimitare gli spazi, con bagni in comune e ben poco da mangiare. Furono giorni duri e difficili, ma tra noi, nonostante le più diverse provenienze, ci fu sempre tanta solidarietà e rispetto reciproco e in fondo c’era la gioia di vivere tutti insieme e condividere queste esperienze così avventurose. Eravamo precari ma non disperati e non perdemmo mai la nostra dignità. Anche se il rammarico era che i baresi ci definivano “giargianesi” e cioè stranieri dell’est, perché non comprendevano la nostra lingua e non ci consideravano italiani, come invece noi ci siamo sempre sentiti anche prima di divenire profughi».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Finalmente nel 1956 il Ministero dell’Interno destina ai mille profughi provenienti da Grecia, Turchia, Dalmazia, Istria, Romania, Albania e Tunisia le case così dette di “Via Verdi”, la prima via istituita prima ancora di via Pola e solo in seguito rinominate dai profughi “Villaggio Trieste” perché in quel periodo l’Italia stava rischiando di perdere il possesso della città di Trieste e profughi e baresi si riversavano per le strade della città armati di patriottica bandiera al grido di “Viva Trieste”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Siamo sempre rimasti qui un po’ relegati e staccati dal resto della città perché la cittadinanza barese non ha mai voluto conoscerci e scoprire quale ricchezza potevamo costituire per la collettività – dichiara il parroco della chiesa del Villaggio, padre Giorgio Lionetti, anch’egli profugo greco -. La nostra era una realtà ecumenica in cui venivano professati liberamente e pacificamente i più diversi credi religiosi: cristiano, ortodosso e musulmano. Si parlavano le più diverse lingue, comprendendosi ugualmente e si conservavano i più svariati usi e costumi con una perfetta integrazione».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Quando ero giovane io - aggiunge il 70enne Gianfranco Erario, profugo di Salonicco - i ragazzi si riunivano tra loro e tutti si conoscevano, trovando nella chiesa il principale punto di aggregazione. C’erano anche tanti esercizi commerciali. Ma oramai tutto è scomparso: i negozi sono stati chiusi, così come le famiglie dei profughi, che vanno scomparendo per decessi o perché i discendenti si sono trasferiti».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Oggi, a distanza di anni, questa zona è stata di fatto abbandonata.  Gli abitanti lamentano la scarsa illuminazione e la mancata pulizia e manutenzione delle strade, che in caso di pioggia immancabilmente si allagano, poiché giuridicamente appartengono al Demanio e non vengono quindi considerate di pertinenza del Comune. «Da quando poi il villaggio è passato in gestione all’Istituto autonomo case popolari – dice ancora Gianfranco - le nostre case sono state date a famiglie non profughe e spesso occupate abusivamente da gente poco raccomandabile che ha reso questo posto insicuro. La sera nessuno più esce di casa».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ed è sera quando lasciamo il rione. Tre ragazzi, tra i pochi rimasti, sostano con un cane accanto all’unico esercizio commerciale rimasto aperto in zona, un negozio di alimentari. Ci fanno notare il silenzio e la desolazione che li circonda e ci indicano una macchina dei Carabinieri che passa quasi sempre la sera a controllare questa zona un po’ buia e insicura. Poi, più nulla. Solo il ricordo di ciò che è stato: di quando, per usare le parole di Gianfranco, «si cantava, si ballava e si suonava la chitarra per strada, per le vie del Villaggio Trieste».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

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Katia Moro
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giovedì 16 aprile 2015
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  • EZIO - sarebbe il caso di fare un' articolo simile a Taranto ?????
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  • Francesco Mazzei - Esprimo come abitante della periferia sud-ovest di Bari, in Ceglie del campo, tutta la mia più profonda solidarietà per questo Luogo della memoria. sono vissuto sempre in periferia. Proveniente dalla città vecchia nel 1953 ed insediata la mia famiglia numerosa al quartiere Stanic, qui sono giunte famiglie anche di profughi greci e italiani che hanno reso la figura del profugo abbastanza familiare.Le vicende storico-politiche sono sempre, insieme a quelle economiche e morali, causa di fenomeni sociali di emigrazioni di popoli. Il grado di civiltà di un popolo credo si possa notare dal rispetto che esso riserva per le minoranze e per i gruppi etnici diversi dal proprio e dalla propria cultura.
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  • Sasso Enrico - per curiosita o cercato al Google, Il Villaggio Trieste,e son rimasto boca aperta.Sono Amico di Scagliarini Antonio.nel FB, per dire la veritá sono rimasto molto triste,per quello acaduto a voi. Io sono Rimasto ad aversa dopo Napoli ed adesso in Brasile,se mi date il piacere vedete il nostro Sito www.geoacci.com.br c'é la mia storia in prima paggina.
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  • Cornelia Pascu - Gentile signora, sono una studentessa rumena che studia a Bari, frequento il V anno di scuola superiore, settore Audiovisivo presso l'istituto Santarella di Bari. Vorrei citare il suo bellissimo articolo sul Villaggio Trieste perchè sto scrivendo una tesi sull'Emigrazione. Potrei avere una parte del suo articolo e inserirlo nel mio lavoro (ovviamente sarò lieta di citare la fonte)? La ringrazio.
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  • Sergio Servi - Il luogo di ritrovo di tutti gli abitanti del Villaggio era lungo il muretto che costeggia via Pola, ci sono volute le elezioni politiche del 1958 per avere un poco di illuminazione stradale nel Villaggio, illuminazione che consisteva in una plafoniera con tubi al neon sui pali esistenti tuttora.Ci sono voluti circa 40 anni per avere la fogna, c' erano i pozzi neri. Durante il campionato di calcio, quando il Bari giocava allo Stadio della Vittoria e durante il periodo fieristico, il Villaggio Trieste era una metropoli, in tutti gli altri giorni era una desolazione e isolamento completo.
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