di Marianna Colasanto

Le etichette indipendenti: produrre musica all'ombra di Puglia Sounds
BARI – «I nuovi grossi aggregatori che nascono ogni giorno, per citarne uno, Spotify, danno musica digitale in streaming e ora per ascoltarla non è nemmeno necessario scaricare il brano. In questo modo viene abbattuto completamente il mercato della discografia». A parlare è il barese Savio Cannito, che ha dovuto chiudere la sua etichetta musicale, la Just Play Music, che ha prodotto tra gli altri i dischi di artisti pugliesi quali Guy & gli Specialisti, Paolo Gatto e Rekkiabilly.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Perché con l’avvento del web e quindi della possibilità di fruire della musica attraverso vari canali, il classico disco o cd è diventato un prodotto quasi marginale e difficilmente vendibile e quindi le etichette  “indipendenti”, quelle cioè che lavorano al di fuori dei circuiti delle grandi major internazionali, per campare non hanno potuto far altro che farsi aiutare nella produzione con finanziamenti pubblici.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il programma della Regione, Puglia Sounds, è nato nel 2010 proprio per “favorire lo sviluppo dell’intera filiera musicale (artisti, imprese, etichette discografiche, festival, studi di registrazione, service, produttori, distributori, organizzatori che operano sul territorio ed Enti Locali) e contestualmente consolidare l’attività musicale regionale a beneficio del pubblico e dell’indotto generato”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ogni anno Puglia Sounds indice dei bandi per la produzione dei dischi, a cui possono accedere al massimo dieci artisti pugliesi. La somma messa a bando è di 5mila euro ad album, grazie alle quali l’etichetta può produrre i cd. Una delle condizioni è quella di stampare almeno mille copie, una quantità difficile da vendere, ma che permette, come sottolinea Cannito, «di mantenere l’indotto ancora attivo».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Questi soldi rappresentano una boccata d’ossigeno per le etichette. «La speranza – afferma Gigi Fasanella, fondatore della barese Faro Records, che segue band come i Fabrika – di riuscire non solo a vendere i dischi, ma soprattutto di guadagnare attraverso l’inserimento di un brano in uno spot o in un film o attraverso il merchandising».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Attenzione però Puglia Sounds non promuove le case di produzione ma gli artisti pugliesi. Ergo, i finanziamenti possono andare anche a un’etichetta di un’altra regione, che è riuscita a proporre un artista pugliese prima di tutti. E’ stato il caso ad esempio dell’etichetta nazionale  Good Fellas che ha vinto il bando con il gruppo hip hop “Bari Jungle Brothers”. Cannito del resto, dopo aver chiuso la sua etichetta è diventato proprio talent scout per conto della Good Fellas.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Quindi bisogna sempre avere le orecchie bene aperte e cercare di “arrivare” su una band o un cantautore prima degli altri. Il tutto, dicevamo, per 5mila euro. «Che aiutano sì, ma non bastano», come sottolinea Marco Valente proprietario della biscegliese Auand Records, la casa che lanciato Erica Mou (nella foto). «Grazie a questo contributo -  continua Valente - ho potuto produrre musicisti jazz come Mirko Signorile ed Eugenio Macchia e artisti più pop come Luca Molla, ma tutto il resto lo continuo a fare con le mie forze».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«L’intervento economico di Puglia Sounds è utile – dice ancora Cannito – e a livello di visibilità avere il loro marchio è segno di credibilità, ma il problema è che loro non fanno promozione diretta alle band, se non attraverso i loro canali, come il Medimex. All’inizio le band, magari erroneamente, si aspettavano un intervento promozionale maggiore per diventare sempre più noti».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Insomma le etichette tirano a campare e c’è chi come Don Gino, il “prete rock” fondatore della molfettese “Disgressione Music” ha rinunciato ai guadagni, lasciando «l’illusione dei ricavi alle major». «Stiamo pensando come fare per i prossimi cinque, sei anni», afferma sconsolato Cannito. Ma in realtà una speranza c’è, quella che nascano artisti in grado di sfondare, che al di fuori dei soliti circuiti legati ai talent show, riescano a creare musica in grado di superare gli stretti confini regionali. Anche se è chiaro: uno come Caparezza non nasce mica ogni anno.

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