di Marianna Colasanto - foto Sonia Carrassi

Le ferramenta di Bari, quei negozi che non muoiono mai: «È l'assistenza il nostro segreto»
BARI – Sono tra i negozi più longevi di Bari, sopravvissuti negli anni a crisi economiche e a novità quali l’avvento dei grandi distributori e del mercato online. Parliamo delle ferramenta, esercizi sorti inizialmente per il commercio di vernici e poi specializzatisi nella vendita di tutto ciò che può servire a un’azienda di edilizia e di artigianato o semplicemente per effettuare una riparazione in casa. Attività che puntano sulla grande esperienza dei loro proprietari, trasmessa a figli e nipoti.

In città sono presenti negozi quali Fatelli, Ferridea, Gallo, Macchia & Sforza, Mazzone, Romano che contano un’esperienza superiore ai 50 anni. Altri poi hanno addirittura superato i 65 anni di età. Parliamo di Di Bitonto (fondata nel 1948), Sciaqua (1950), Murrocolori (1950) e Venitucci (1954). Siamo quindi andati a visitare questi “highlander” del commercio barese (vedi foto galleria).

Il nostro viaggio inizia al civico 139 di via Napoli, nel quartiere Libertà, lì dove nei pressi di piazza Disfida di Barletta si trova la ferramenta più antica di tutte: Di Bitonto.

Dal 1977 a gestirla è Vincenzo, figlio del fondatore Lorenzo. «Mio padre era un restauratore di mobili – ci racconta l’uomo -. Dopo la guerra andò a Milano dove c’erano le aziende che producevano vernici, acquistandone sia per sé che per rivenderle agli altri artigiani del quartiere. Ma nel 1948 vista l’aumentata richiesta di questo tipo di articolo, decise di aprire un esercizio tutto suo, inaugurando la ferramenta Di Bitonto in un locale qui accanto».

Il negozio ebbe subito successo, tanto che nel 1967 nacque la necessità di avere uno spazio più ampio, così Lorenzo acquistò il locale attuale. All’epoca ad essere molto richiesti erano i mobili “lucidati” con la gommalacca. «Per ottenere l’effetto lucido che conferiva prestigio alle suppellettili – racconta l’uomo - si usava la gommalacca prodotta in India, che andava poi mescolata con l’alcol. Poi venne sostituita dalla formica».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Attorno a noi notiamo le bocchette e le chiavi dorate che si usavano per decorare le serrature di vecchi armadi e un infinito campionario di tende: da quelle in ciniglia di moda negli anni 70 a quelle in plastica usate per le porte di ville e negozi.

«Il lavoro del ferramenta non si improvvisa – avverte il 42enne Lorenzo, figlio di Vincenzo che aiuta a portare avanti l’attività -. Mio padre ha imparato da mio nonno e poi mi ha trasmesso le sue conoscenze. Di fatto i nostri clienti, in particolare gli anziani, si rivolgono a noi perché sanno che possono contare sulla nostra esperienza».

Rimaniamo nel quartiere Libertà, ma ci spostiamo verso il Tribunale, lì dove in via Indipendenza si trova la ferramenta Venitucci. Anche il fondatore di questa attività, Michele, era un restauratore. «Fu un suo amico rappresentante di vernici a proporgli di vendere il prodotto – racconta suo figlio Aldo, di 72 anni –. La prima sede del 1954 fu inaugurata in locale piccolissimo sempre su questa strada, ad angolo con via Dante».

Nel 1962 Michele acquistò poi il negozio attuale, dove trasferì la bottega e iniziò a insegnare il mestiere al figlio. «Tutto ciò che so lo devo a lui – ricorda il proprietario –. All’epoca travasavo da grandi bidoni l’acqua ragia aspirandola da un tubo per versarla nei contenitori di rame dei clienti. Per fortuna poi arrivarono degli attrezzi ad hoc e io smisi di “bere” quel liquido tossico».

Il boom delle vendite (con conseguente ampliamento del locale) avvenne tra gli anni 60 e 70. «In quel periodo ad ogni angolo c’era un cantiere – dice Aldo –:si aprivano nuovi quartieri e si costruivano tanti palazzi. Ricordo grandi richieste per la vernice a base d’acqua, il cosiddetto ducotone, molto facile da stendere per i imbiancare le pareti».

Nel negozio ci sono anche “cimeli” che non si smerciano più come il macchinario per fare la salsa in casa, quello per mettere i tappi alle bottiglie, il pennello per creare le venature sui mobili e alcune polveri. «Una volta la vernice c’era solo bianca – spiega Aldo -: per ottenere il colore si miscelava con la terra verde, rossa o marrone».


A differenza di altri titolari, Aldo però non passerà il suo esercizio al figlio: «Lui, che si chiama Michele come mio padre, ha scelto di fare l’attore ed è già abbastanza affermato – sottolinea –. L’attività verrà rilevata quindi dal mio operaio di fiducia, perché solo chi ha passione per questo lavoro può portarlo avanti e resistere alla concorrenza del web: un mare magnum senza esperti qualificati».

È ora la volta della ferramenta più antica del rione Madonnella. In via Valona un’insegna gialla e blu ci “annuncia” infatti che siamo arrivati davanti alla Murrocolori.

La prima sede fu aperta da Gaetano Murro nel 1950 in via Dalmazia ad angolo con via Ragusa, mentre l’odierna venne inaugurata nel 2007 dall’attuale proprietario e figlio di Gaetano, il 63enne Armando. Lo incontriamo dietro il bancone sul cui sfondo si trovano 500 cassettini che contengono minuterie di vario tipo.

«A 21 anni, morto mio padre, lasciai l’università per gestire il negozio – ci racconta –.  Per fortuna avevo già esperienza perché sin da bambino venivo ad aiutarlo dopo la scuola».

Tra i reperti vintage spiccano un pennello in legno con lunghe crini di cavallo per dare “l’effetto marmo” e il cannello in rame che serviva per sciogliere la guaina sui terrazzi, entrambi degli anni 50. Ad attrarre la nostra attenzione nella bottega è poi un grande macchinario in ferro con un coperchio aperto e collegato a un pc. «È un tintometro, serve a mescolare le vernici – spiega Armando –: partiamo da 15 colori di base per poi creare le varie sfumature».

A lui chiediamo come venga vissuta la concorrenza di internet. «Non è vero che online si trova qualunque cosa – assicura -. Vedi ad esempio i gommini per i bastoni dei vecchietti, ma anche altri articoli come la minuteria, che tra l’altro non può certo aspettare i tempi di spedizione».

Ci congediamo da Gaetano e per la nostra ultima tappa ci rechiamo a Bari Vecchia, precisamente in via Boemondo, nei pressi del  Castello Normanno-Svevo. Qui ha sede la ferramenta Sciacqua gestita dal 40enne Alessandro che ha raccolto il testimone dal padre Vito. L’attività fu aperta nel 1950 dalla nonna Giacoma in Strada degli Orefici ed è approdata qui solo nel 2002, dopo precedenti passaggi in Piazza Mercantile e strada Palazzo di Città.

Nel negozio si trovano oggetti d’altri tempi come la sega usata dal nonno ebanista, le maniglie per vecchi mobili e la bilancia risalente agli anni 70, utilizzata ancora per pesare i chiodi venduti al chilo.

«Ho iniziato a lavorare a 15 anni, dopo la scuola venivo in bottega e imparavo il mestiere – ci racconta il giovane –. Le prime cose che ho appreso da mio padre sono stati i nomi tecnici degli oggetti e la loro “traduzione” colloquiale. Ad esempio la “martellina” (martello dei muratori), “u laps” (matita dei falegnami) e il “sottomarino”, pittura antivegetativa richiesta dai pescatori per le loro barche».

Per Alessandro la concorrenza, anche dei grossi distributori, è ben lontana dall’annientare piccole attività come la sua. «La nostra clientela sa che qui può ricevere quei consigli e quell’assistenza che non troveranno mai nelle grandi catene – evidenzia -. E poi ci sono tante piccole necessità quotidiane a cui bisogna andare incontro nell’immediato, vedi il duplicato di una chiave o un tassello da fare di una determinata misura. In quei casi mica si può perdere tempo per raggiungere i lontani ipermercati. Insomma le ferramenta a Bari sono come i panifici: si trovano ovunque e non se ne può fare a meno».

(Vedi galleria fotografica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Marianna Colasanto
Scritto da

Sonia Carrassi
Foto di

Lascia un commento
  • Vito Petino - FERRAMENTA SCHETTINI (tratto da Prendere la vita a calci) Conseguita la licenza di scuola media a fine giugno del '61, tornai a casa il giorno della promozione, ricevendo la più grossa delusione della mia ancora acerba vita. Da qualche giorno mia madre non stava bene, e io correvo divorando la strada con le mie lunghe gambe proprio per allietarla con la bella notizia scolastica. Era sfebbrata ma ancora a letto. - Mamma, sono stato promosso. Tanti miei amici si iscriveranno al Giulio Cesare. Pochi hanno deciso di studiare ragioneria, che a me non piace. Io voglio seguire il grosso del gruppo dell’Amedeo d’Aosta nel corso per geometri. - No, a mamma tua. Non ce la facciamo a mandarti alle superiori. Fu l’agghiacciante risposta. - Sono sere che ne parliamo con Babbo, e siamo arrivati alla conclusione che le spese sono troppe. Libri nuovi e tanti; attrezzi, vestiti per farti comparire, le tasse scolastiche. No, no. Proprio non ce la facciamo. Ora goditi le vacanze a settembre decidiamo cosa fare. C’è sempre la promessa di mio fratello Ciccillo e di zia Carmela. Sono disposti a ospitare te e Lilli per qualche mese con loro a Milano, finché trovate lavoro e poi una casetta vostra. Col tempo, se vostro padre decide di andarsene in pensione prima, potremmo raggiungervi anche noi. Non dissi nulla. Rimasi muto, e a testa bassa me ne andai in cucina. Cercai di non far trapelare la delusione per non amareggiarla, ma lei l’aveva capito. A me era sempre piaciuto studiare, mi piaceva proprio andare a scuola. L’idea di non rivedere più tanti compagni mi faceva proprio star male. Mi sarebbero proprio mancati i libri che leggevo con vero piacere. Una certa vergogna mi prese all’idea di incontrare per strada qualche vecchio compagno con i libri nell’elastico e io a mani vuote dire che lavoravo. Mi piaceva tanto il titolo di studente. A fine agosto Lilli aveva trovato lavoro come apprendista nel grande magazzino del signor Schettini all’Estramurale Capruzzi, in cui si commerciavano articoli di ferramenta all’ingrosso. Il titolare aveva organizzato, come negli anni passati dopo le vacanze, l’inventario dell’intero magazzino. Per far prima chiese a ogni dipendente se avesse avuto parenti giovani disposti a lavorare per un mese. Mio fratello tornò a casa dicendolo a mamma. Così il primo settembre cominciai anch’io quel lavoro. Il negozio era a metà isolato fra corso Sicilia, ora Benedetto Croce, e via Re David. Isolato lungo all’epoca, non essendo stato ancora realizzato il viale Conte di Cavour, oggi via Unità d’Italia, che lo aprì in due, via Re David da una parte e corso Sicilia dall’altra. Alle 8 eravamo davanti al negozio. Arrivarono quattro persone adulte di età diversa che mio fratello disse essere i magazzinieri anziani. Quello che sembrava il più grande dei tre, il capo magazziniere, dette le chiavi agli altri due, che provvidero ad aprire il grande portone in legno a due ante del negozio. Appena accese le luci all’interno, entrarono alla spicciolata altri ragazzi della nostra età. Il negozio era lunghissimo. Il magazziniere delle chiavi ci riunì tutti, suddividendoci in tre gruppi. Ogni magazziniere adulto avrebbe avuto ai suoi ordini quattro ragazzi a cui affidare il compito di prendere gli articoli di ferramenta da inventariare dalle mensole degli alti scaffali in legno che attorniavano le pareti. Il magazziniere capo rimaneva libero dagli impegni di inventario per servire i clienti. Eravamo dodici ragazzi e tre magazzinieri. Si formarono tre squadre. Dopo le spiegazioni iniziali su quello che era il nostro compito, cominciai a salire sugli scaffali per prendere viti, bulloni e dadi d’ogni misura dalle cassette di legno in cui erano tenuti i pezzi sfusi. Su ogni contenitore era fissata una targhetta con lunghezza e diametro della viteria; affianco al contenitore stesso vi erano pacchi sigillati che contenevano cento pezzi dello stesso articolo e misura. Il nostro lavoro consisteva nel prendere i pacchi interi, portarli con la cassetta dei pezzi sfusi sul lungo bancone per poi contare ogni pezzo contenuto, a cui si aggiungeva il numero dei pacchetti interi moltiplicati per cento, riferendo la cifra complessiva al magazziniere della propria squadra che la annotava. Le cifre di articoli uguali erano incolonnate per poi sommarle alla fine. A me la matematica era sempre piaciuta. Quando si finiva di scaricare dagli scaffali lo stesso articolo, il nostro magazziniere cominciava a sommare tutte le cifre annotate, in alcuni casi anche più di venti in colonna. Ma prima che cominciasse a sommare i numeri incolonnati, io gli dicevo subito il totale, lasciandolo nel dubbio sino a che non verificava l’esattezza di quel che avevo detto. Lo stesso facevo con i magazzinieri delle altre due squadre, dando i totali prima che li conteggiassero cifra per cifra. Man mano che i ragazzi riferivano al proprio magazziniere il numero parziale del singolo articolo conteggiato, riuscivo a tenere a mente le cifre parziali che ogni ragazzo riferiva ad alta voce, sommandole poi al parziale precedente. Con questo schema mi diventava un giochino dire immediatamente il totale complessivo di ogni articolo. Dopo intere liste di addizioni esatte, i tre rimasero di stucco, chiamando il capo magazziniere per riferirgli del fenomeno, secondo loro. A mezzogiorno l’operazione di inventario era già avviata con buona lena. Mentre si riprendeva con altri articoli, vidi con la coda dell’occhio che il magazziniere capo accennava al titolare signor Schettini, e a un altro signore appena giunto, che poi seppi essere l’avvocato Nicola Verrone, cognato e socio dello Schettini, di questa mia capacità. Trascorso il mese di inventario ebbi un premio di gratificazione, oltre la paghetta stabilita. Ma la cosa che più mi sorprese fu l’offerta dell’avvocato Verrone, che mi propose il posto da ragazzo di studio nel suo ufficio legale e abitazione al terzo piano di corso Cavour 113. Elegante e somigliante al De Sica dell’epoca, ma senza baffi, stessa capigliatura folta, ondulata e canuta, sorriso bonario accattivante, questo era l’avvocato. Ho lavorato con lui dall’ottobre 1961 al febbraio del '62, quando con mio fratello decisi di accettare l’ospitalità di zio Ciccillo a Milano, io più per ambizione calcistica, poi delusa, che per un posto di lavoro. I due anni milanesi, comunque, non furono solo delusione, avendo aggiunto agli insegnamenti del nostro mister Onofrio Fusco nei ragazzini del Bari quelli del maestro Niels Liedholm nei ragazzi del Milan. Ma questa è un’altra storia. Quanto a negozi di ferramenta ne rammento altri tre. Il Di Bitonto nominato nell’articolo da cui, come imprenditore edile, ho acquistato per anni attrezzi e macchine per cantiere. Sallustio in via Cairoli, vicinissimo al mio ufficio professionale di via Calefati 83. E l’amico più caro, nonché cognato di mio fratello Tonino, quel Pierino Maselli noto per il suo grande negozio in via Giulio Petroni e l’immenso capannone, che con sudore, fatica e saper fare realizzò in fondo a via Santa Caterina, prospiciente la strada che collega lo stadio San Nicola a Modugno. Naturalmente, ho frequentato altri magazzini di passaggio per acquisti minuti. E questa è la mia intera esperienza, diretta e indiretta, dei magazzini di ferramenta baresi…