di Gaia Agnelli e Mattia Petrosino

I calzolai storici di Bari: «Il nostro segreto? Non dimenticare gli insegnamenti dei maestri»
BARI – Da decenni riparano borse, cinture e scarpe, talvolta creandole anche su misura del cliente. Si tratta dei calzolai (a Bari le scarpàre), professionisti del cuoio che paiono non “morire” mai. In un’epoca votata al consumismo c’è chi infatti continua ad avvalersi dell’opera di questi artigiani, non solo per risparmiare ma anche e soprattutto per non buttare via un accessorio al quale spesso si è legati da un certo valore affettivo.

Chiaro, non è più come prima quando queste botteghe riempivano le vie dei quartieri di Bari, ma in città sono ancora attivi 12 negozi riusciti nel tempo ad adattarsi alle novità pur rimanendo fedeli alle antiche tecniche di lavorazione prettamente manuali. Tra questi, ce ne sono 4 tramandati di generazione in generazione che possono vantare una storia superiore ai 60 anni. Siamo andati a trovarli (vedi foto galleria).

Il nostro viaggio inizia in via Nicolai, quasi ad angolo con via De Rossi, lì dove si trova la “Calzoleria Petrelli”, nata nel 1880. In realtà pur essendo l’esercizio più datato, è anche quello che più si è modernizzato. Entrando si ha infatti l’impressione di trovarsi in una vera e propria rivendita, circondati da scaffali ricchi di calzature, tinture e colle.

«A fondare la bottega fu il mio bisnonno Pietro Petrelli, in via Cairoli, dove fino al 1892 fece scarpe su misura per l’Esercito regio – racconta il 50enne Francesco, attuale proprietario –. In seguito divenne una calzoleria per tutti gestita da mio nonno Francesco. Quest’ultimo nel Dopoguerra passò il testimone a mio padre Pietro il quale a sua volta all’inizio degli anni Novanta lasciò a me l’attività. Nel 2017 ho però deciso di cambiare sede spostandomi nell’attuale via Nicolai».

A parte una macchina verde militare “vintage” che attira la nostra attenzione, non notiamo particolari “pezzi di antiquariato” all’interno del negozio. «Ci siamo adattati alla tecnologia che cambia – ci dice infatti Francesco –. Ad esempio se prima c’era solo un modello di colla e un’unica tinta nera, oggi devi quasi essere un chimico per saper riconoscere il colore giusto e il prodotto da utilizzare in base al materiale dell’oggetto. «Il mestiere si è evoluto: prima si aggiustava per necessità, mentre ora il nostro lavoro consiste nel rinnovare la scarpa vecchia».

Ci spostiamo ora in via Principe Amedeo, dove tra via Sagarriga Visconti e via Manzoni si staglia l’insegna della “Calzoleria Schettini”, fondata nel 1918. Ad accoglierci sono il 68enne Vito Schettini e suo figlio Elio, di 37 anni, in quel momento alle prese con la riparazione delle suole.

L’ambiente presenta volte a crociera in pietra attraversate da una cappa metallica color rame che ci riportano indietro nel tempo. Su una parete sono anche appese quattro foto di famiglia in bianco e nero.

«In alto a sinistra c’è il mio bisnonno Domenico Schettini – ci illustra Elio –. Fu lui a dare il via all’attività con prima sede a Conversano. Lo seguì poi suo figlio Giuseppe che negli anni Cinquanta si trasferì in via Quintino Sella. Lui a sua volta insegnò il mestiere a mio padre Vito che lo trasmise successivamente a me e a mio fratello Piero nella terza sede di via Calefati, aperta nel 2000. In via Principe Amedeo siamo invece dal 2011».

Mentre padre e figlio sono all’opera notiamo la loro abilità nell’usare le mani, aiutandosi con i soli martello e chiodi. «Preferiamo svolgere il lavoro esattamente come un tempo – confessa Elio –. Si nota la qualità di un prodotto artigianale perché dietro c’è tanto ingegno, intuizione e pazienza nell’adattarsi alle richieste del cliente. È per questo che i nostri più fidati avventori non ci hanno mai abbandonato».

«Io d’altronde amo quello che faccio – ci confessa Vito, mentre lima un tacco –: per me le calzature sono sculture».


In una vetrina sono esposti un antico modellino di scarpa e la macchina da cucire di inizi Novecento appartenente al fondatore Domenico. «L’abbiamo usata fino all’anno scorso – raccontano sorridendo – ma poi abbiamo preferito acquistarne una più moderna. Anche se l’antico strumento resterà sempre con noi».

Salutiamo gli Schettini e ci spostiamo in via Bozzi, nei pressi del Teatro Petruzzelli. Qui ad angolo con via Montenegro dal 1950 affonda le sue radici la calzoleria “Nato Artigiano”.

Sul marciapiede sono esposti manufatti, alcuni dei quali appesi al “toro”, un’antica macchina utilizzata per allargare la pianta della calzatura, chiamata così perché rimanda alla forma delle corna dell’animale.

A darci il benvenuto sono i due fratelli Andrea e Augusto Maurelli che, mostrandoci delle foto d’epoca, ci raccontano la loro storia. «Tutto cominciò con nostro padre Gaetano – rammenta il 57 enne Andrea –, che all’età di 20 anni si approcciò al mestiere in una bottega di un altro calzolaio. Nel 1948 decise però di aprirsi un’attività all’interno dell’androne del palazzo proprio qui di fronte, per poi trasferirsi due anni dopo nell’attuale locale».

È proprio tra queste mura che i due attuali proprietari, per aiutare il padre, si avvicinarono al mondo del cuoio ereditando l’esercizio di famiglia nel 1991.

Mentre Augusto dipinge di rosso un paio di ballerine, ci racconta la fatica che c’è dietro al lavoro. «Quando compri qualcosa da un artigiano – spiega citando la scritta presente sull’insegna  – “non acquisti un semplice oggetto, ma centinaia di ore di esperimenti, fallimenti e prove”. Perché noi operiamo solo ed esclusivamente a mano, senza l’ausilio di alcun tipo di aggeggio all’avanguardia».

I due ci mostrano il “black-rapid”, l’antica macchina che serve a unire la tomaia (parte superiore della scarpa) alla suola tramite una doppia cucitura: la blake (interna) e la rapid (esterna). «Nonostante le nostre affinate tecniche – spiega il fratello maggiore –, stiamo riscontrando delle difficoltà perché la qualità non è più quella di una volta, a causa del materiale che non si limita solamente al cuoio e alla pelle ma “abbonda” di gomma, meno compatibile con le nostre attrezzature».

Il nostro viaggio si conclude in viale della Resistenza, nei pressi di Parco 2 Giugno, dove si trova “Mincuzzi Calzoleria”, bottega attiva dal 1954. «A fondarla fu il mio zio acquisito Angelo Pisano – racconta il 47enne Maurizio Mincuzzi, attuale proprietario–. Prima si chiamava “Il Calzolaio” e si trovava in via Gorizia, nel quartiere Madonnella, al piano terra del palazzo dove abitavo. Io trascorrevo le mie giornate nel locale e così Angelo, visto il mio interesse, una volta diventato maggiorenne mi prese a lavorare con sé».

Nel 1999 poi, con la scomparsa del fondatore, fu proprio lui, il suo fidato allievo Maurizio, a rilevare l’attività, trasferendosi nel 2011 in viale della Resistenza e cambiando la ragione sociale in Mincuzzi Calzoleria. «La clientela di sempre, che mi ha seguito fin qui, continua però a chiamare il negozio con il vecchio nome – precisa –. E del resto anch’io conservo qui la vecchia insegna che ricorda mio “zio”».

Tra martelli, lame d’acciaio, forbici, portachiodi, macchine da cucire e “tori”, l’artigiano ci mostra un marchingegno blu grazie al quale lima dei mocassini. Si chiama “La San Crispino” ed è un macchinario mirato alla finitura e all’incollaggio della suola o dei tacchi.

«Il segreto del nostro mestiere – conclude emozionato Maurizio – è non dimenticare mai le origini e gli insegnamenti dei vecchi maestri, quelli che noi stessi cerchiamo di trasmettere ai più giovani. Solo così questo lavoro potrà tramandarsi nel tempo e sopravvivere per sempre».

(Vedi galleria fotografica)

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Gaia Agnelli
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Mattia Petrosino
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  • fiorella - Conosco bene questa realtà e sono felicissima di scoprire che sono diversi gli artigiani che continuano a lavorare con vera passione tutta italiana. personalmente mi rivolgo ad un giovane artigiano molto bravo e competente, che lavora con molta professionalità e nonosante la giovane età ha deciso di aprire questa attività che sembrava d'altri tempi.