di Gaia Agnelli

Bari, la storia delle Acciaierie Scianatico: «Lavoravamo con forni da 1600 gradi»
BARI – Una fabbrica abbandonata dagli anni 90 che per oltre mezzo secolo è stata un fulcro produttivo di Bari e di tutto il Sud Italia. Si tratta delle gloriose ex Acciaierie Scianatico, “monumento dell’archeologia industriale” il cui scheletro giace in via Ammiraglio Caracciolo, nel quartiere Marconi di Bari.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ve ne parlammo quando visitammo i suoi interni, che rappresentano oggi una sorta di “giungla apocalittica”. Il gigante è stato infatti invaso da una vegetazione che ha preso pian piano il sopravvento. Ferro e verde hanno così creato un inedito e affascinante connubio, dove le lamiere sembrano tenute insieme dalle rampicanti che crescono incontrastate ovunque.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A regnare qui, intorno all’unica ciminiera, è il silenzio assordante: fa da contraltare al rumore che ha scandito il passare delle faticose ore lavorative degli operai un tempo impiegati in questo luogo. E noi siamo riusciti a parlare proprio con uno di quei dipendenti: il 61enne Giuseppe Vischio, che ha vissuto in prima persona gli ultimi 15 anni delle Scianatico.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il signore ha saputo raccontarci la difficile quotidianità del lavorare, con risicate misure di sicurezza, a stretto contatto con acciaio, detriti e forni fusori. E ci ha fornito anche preziose foto scattate tra il fuoco. (Vedi foto galleria)

Ma prima facciamo un passo indietro. Il colosso siderurgico nacque a Giovinazzo tra il 1923 e 1924 con il nome di “Acciaierie e Ferrerie Pugliesi”, ospitata in un edificio che oggi giace anch’esso abbandonato. A fondarla furono tre soci, tra cui quel Giovanni Scianatico che aprì nel 1937 la succursale barese chiamata “Società Gestioni Industrie Metallurgiche”.

Fu nel 1959, con la creazione dell’azienda “Accierie e Tubificio Meridionale” (ATM), che l’industria si specializzò nella produzione di tubi in acciaio senza saldatura, salendo presto al primo gradino del podio produttivo del Sud Italia. Il boom si ebbe dagli anni 60 agli 80, quando la fabbrica fu ampliata con l’installazione di nuovi forni fusori, raggiungendo la capacità produttiva di 4000 tonnellate l’anno, anche grazie all’operatività dei suoi circa 500 dipendenti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Fui assunto proprio nel 1980 – ci dice Vischio, mostrandoci una foto che lo ritrae all’interno dell’industria -. Avevo 19 anni e in qualità di nuova “recluta” non mi fu subito affidata una mansione specifica: feci così da jolly sostituendo chi si assentava».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dopo un anno di gavetta Giuseppe passò definitivamente alla sezione “Acciaieria”, dove diventò l’addetto all’ossitaglio, un procedimento per il taglio delle lamiere attraverso una fiamma ossidrica che fonde il metallo rendendolo lavorabile. «Passavo ore a battere con mazza e martelletto sui lingotti per liberarli dalle frattaglie – spiega -. Era questo il compito più faticoso e perciò affidato ai nuovi che dovevano farsi le ossa».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La fabbrica contava su sette reparti interconnessi tra loro. «Dopo l’arrivo dei camion – spiega l’ex operaio – i ferrivecchi da fondere venivano scaricati nel settore “rottami” per poi essere trasportati in quello “compressori”, dov’erano schiacciati con una presso-cesoia e tagliati a pezzi con una sorta di ghigliottina idraulica. Una volta raggiunti i 250 quintali, si sistemava il tutto in delle ceste ed entrava in azione la mia sezione».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Giuseppe ci mostra delle fotografie che lui stesso scattò negli anni 80: immortalano i suoi colleghi alle prese con forni, lingotti e blocchi di ferro, ai quali fanno da sfondo detriti, macchinari e fiamme.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Qui – racconta - tramite una macchina che si apriva “a ragno”, l’acciaio veniva fatto cadere nei forni. La fusione durava circa tre ore e, raggiunta la temperatura di 1600 gradi, si calavano dei materiali che rendevano il “preparato” morbido o duro, a seconda dell’uso al quale era destinato. Poi era la volta del reparto “laminatoio” (dove il tubo veniva abbozzato) e di quello “riduttore”, nel quale si stabilivano le sue dimensioni in base alle esigenze di mercato. Infine il prodotto era testato idraulicamente nel reparto “finimenti” e trasportato nei “magazzini di stoccaggio” da dove, dopo essere stato pesato, partiva a bordo dei tir verso il Paese di destinazione».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


All’origine però la merce, sia in entrata che in uscita, viaggiava su altri mezzi. Quando visitammo il gigante abbandonato non potemmo infatti fare a meno di notare la presenza di alcuni binari su un tappeto di muschio.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Avevano una linea diretta con il Porto – spiega Giuseppe -. Quando arrivavano le grandi navi ricche di rottami, spesso dall’estero, questi venivano sistemati a bordo di alcuni vagoni che tramite le rotaie portavano la merce direttamente in fabbrica».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Quei binari però, anche dopo l’entrata in scena dei camion, non furono mai dimessi del tutto. Vennero infatti riutilizzati per il trasporto tra i reparti che avveniva tramite un piccolo locomotore a gasolio che faceva avanti e dietro.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Ma tra i dipendenti non mancavano infortuni e malattie. «Molti di noi si ammalarono di silicosi a causa dei fumi nocivi che respiravamo continuamente – afferma Vischio –. Altri invece si ferirono gravemente: c’è chi perse addirittura le dita. Le fratture poi erano all’ordine del giorno. Io ad esempio mi “ruppi la testa” perché mi cadde addosso un gancio dal soffitto. Del resto noi non usavamo i caschetti: le nostre uniche protezioni erano gli occhiali, i guanti in pelle e le ghette delle scarpe».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E a proposito di abbigliamento, Giuseppe ci mostra delle foto in cui si vedono gli operai con indosso felpe di lana molto pesanti. «Non sembra vero, ma eravamo in piena estate – commenta sorridendo -. Stare accanto ai forni, soprattutto nel turno pomeridiano, era pesantissimo per via del caldo estremo. Eppure noi, per tutelarci dalle fiamme, dovevamo indossare vestiti invernali per non tornare a casa con delle ustioni».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I turni erano tre, ciascuno di otto ore. La giornata di riposo era il lunedì: il fine settimana non si poteva infatti stoppare la produzione perché la corrente elettrica costava di meno.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

I lavoratori si fermavano solo per i dieci minuti del pranzo o per delle veloci soste tra una colata e l’altra, sfruttate per fumarsi una sigaretta o scambiare quattro chiacchiere. A tal proposito Giuseppe ci indica uno scatto che lo ritrae assieme ai colleghi mentre addentano degli enormi panini.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

L’attività andò a gonfie vele per decenni, sino a quando alla fine degli anni 80 si registrò una sovracapacità produttiva a livello nazionale. Vista la situazione nel 1986 lo Stato intervenne con una serie di decreti atti a risanare e riorganizzare il settore siderurgico, che spinsero la Scianatico a ridurre di parecchio il suo operato.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Ma il mercato di tubi era ormai saturo a livello globale – spiega Vischio -. Quindi per ristabilire gli equilibri internazionali negli anni 90 la Comunità Europea si trovò costretta a trovare una soluzione: le imprese del settore avrebbero ricevuto fondi in cambio di una riduzione nella produzione o della chiusura definitiva».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Cosa che per l’azienda barese avvenne tra il 1994 e il 1995, quando si decise di fermare l’attività in via Caracciolo per spostare poi la produzione in una fabbrica più piccola situata ancora oggi nella zona industriale di Modugno.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Giuseppe fu così costretto a trovarsi un altro lavoro, trasferendosi per sempre nel Nord Italia. «Sono passati 27 anni da allora – conclude rammaricato – ma conservo ancora dei bellissimi ricordi di quella grande e solida fabbrica. Anche se vederla oggi in questo stato di degrado mi fa tanto male al cuore».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

*con la collaborazione di Giancarlo Liuzzi

(Vedi galleria fotografica)


© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Gaia Agnelli
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  • Giuseppe Vischio - Grazie per aver pubblicato questa storia di cui io sono un piccolo protagonista. Spero serva a ricordare davvero la gloriosa e floriente epoca industriale di quegli anni
  • Massimiliano Ancona - Complimenti! Bellissimo pezzo!
  • giacomo di trani - complimenti sono anche io un operaio di fonderia adesso acciaierie venete al nord è bellissimo avere tanti ricordi indelebili io da barese non avevo mai saputo che a bari esistesse una fonderia che dava lavoro a tante famiglie complimenti per le fotografie
  • Giuseppe Vischio - Grazie per i complimenti delle foto, è stata una impresa recuperarle, alcune purtroppo sono andate perse.
  • Francesco S. - Grazie per aver pubblicato un altro pezzo di storia della nostra città, io quel piccolo locomotore a gasolio che faceva avanti e dietro me lo ricordo ancora... Bellissime le foto. Grazie ancora.


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