di Dafne Ranieri

Bari, «vietato fumare in tutto il Policlinico»: ma nell'ospedale ci sono posacenere ovunque
BARI – “Il Policlinico di Bari è un ospedale senza fumo: è vietato fumare in tutto l'ospedale (aree interne ed esterne). Può costarti fino a 550 euro”. Sono queste le frasi che campeggiano sui numerosi cartelli “no smoking” sparsi per il Policlinico, il principale nosocomio del capoluogo pugliese.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Sì perché una delibera interna del 19 marzo 2019 (che ha recepito il decreto legislativo n.6 del 12/1/2016) ha disposto il divieto di fumare non solo all’interno dei reparti, ma anche fuori da essi, ovvero nei cortili, nei viali e nei giardini che circondano i padiglioni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La ratio della norma è chiara: nelle cliniche ci si cura e non si può quindi tollerare un comportamento nocivo per la salute. E così da alcuni mesi a questa parte l’ospedale barese è stato tappezzato di cartelli rossi che avvertono personale sanitario, studenti, pazienti e visitatori che è assolutamente vietato accendersi una sigaretta.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

La cosa strana però è che il nosocomio continua a essere pieno di posacenere. Ce ne sono ovunque, spesso posti proprio vicino ai divieti e all’entrata dei reparti (vedi foto galleria). “Raccoglitori di cicche” che, secondo la delibera, dovevano essere rimossi al momento dell’entrata in vigore della legge.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Ma perché lasciare a vista un qualcosa che agevola il consumo e lo spegnimento della sigaretta? Semplice: perché al Policlinico si continua tranquillamente a fumare. L’”incentivo” causato della presenza dei posacenere, unito all’assenza di controlli, sta infatti portando alla completa elusione della norma.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Mi sono accorta dei cartelli – ammette una paziente a cui facciamo notare il divieto – ma pensavo che la legge non fosse entrata ancora in vigore, anche perchè vedo posacenere da tutte le parti con tanto di mozziconi spenti al loro interno».

«In effetti questi avvisi sono stati messi da diversi mesi – sottolinea un ausiliare – ma non abbiamo mica capito come funzionerà la cosa: non c’è nessuno che controlla e ogni giorno qui fumano tutti senza problemi».

Del resto anche se si decidesse di rendere effettivo il divieto, non sarebbe facile farlo rispettare ai tanti tabagisti che affollano il Policlinico. Parliamo di un ospedale enorme, una “città nella città”: uscire e rientrare in poco tempo diventerebbe quasi impossibile.   

«Io lavoro davanti ad un pc – dichiara un dipendente - e ho diritto a 10 minuti di pausa ogni 2 ore. Ma in 600 secondi non riuscirei mai a scendere, farmi decine di metri per andare fuori e poi ritornare al mio posto di lavoro».

La legge rischia quindi di rimanere valida solo sulla carta, a meno che non si faccia come per i degenti psichiatrici, per i quali è stata prevista un’area fumatori riservata, atta al soddisfacimento di una necessità considerata, per loro e solo per loro, “ricorrente e impellente”.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

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  • vito petino - LA PRIMA SIGARETTA Avevamo dodici, tredici anni e, come tante generazioni prima di noi alla stessa età, sentimmo il bisogno imitativo di misurarci con la prima sigaretta. Nel quartiere vi erano compagni più grandi che già da tempo fumavano, invogliandoci a imparare, pena la disonorevole nomea del “Non sei un uomo!” È l’età in cui, insieme ai coetanei, son tante le prove da affrontare a dimostrazione di essere diventati “uomini”, dimostrandolo prima a se stessi. Fra le tante, salire in cima agli alberi delle campagne circostanti a cogliere fioroni, gelsi o mandorle, senza farci beccare dal contadino, che ci rincorreva ancor più furioso se rubavamo finocchi o altri ortaggi pregiati. In estate la prova più rischiosa per i nuotatori novellini era quella del primo tuffo in mare. Frotte di ragazzi, fra esperti e neofiti, si recavano in processione da ogni quartiere di Bari sino alla punta del faro di Sant’Antonio. Noi principianti avevamo timore di farci male e si titubava in punta dell’alto molo. I più temerari, vincendosi, si tuffavano dopo qualche minuto dì incertezza. Chi si intratteneva più a lungo nel “mi tuffo o non mi tuffo”, si vedeva all’improvviso catapultato in acqua dai compagni più esperti, certi di mandare giù chi almeno sapesse nuotare. E fra le tante altre prove che segnavano il passaggio dall’infanzia alla pubertà c’era la prova del nove della mascolinità, la più osè. Da piccoli facevamo pipì, cercando angolini intimi per mascherare tabù, che genitori d’un epoca alquanto castigata ci avevano inculcato negli animi innocenti. “Sporcaccione, copriti” era il rimprovero più frequente che ci intimidiva. Superata l’infanzia e la vita comune che gli stessi papà e mamme ci permettevano di fare per strada con tanti compagni, quei tabù caddero o ce li fecero cadere i ragazzi di uno o due anni più grandi. Così imparammo a farla in campagna stando a cerchio con una pietra a far da bersaglio al centro. Oppure al mare tutti in fila su scogli o battigie facendola nell’acqua a chi tirava più lontano. Era in quei momenti che partivano dall’uno all’altro reciproche occhiate furtive in direzione dei pisellini. Scoprimmo così, a prescindere dall’età, che mamma natura ce ne aveva dotati di forme a caso. Ma la cosa importante era che nessuno più si portava dietro stupide proibizioni. Si conosceva il corpo maschile sul campo, così come quello delle nostre prime ragazzine, sempre pronte a farci fare lezioni dirette. L’educazione sessuale non sapevamo manco cosa fosse. Non conoscevamo nemmeno il termine sessuale cosa significasse. Le parolacce, sì. Quelle le sapevamo tutte. Ho divagato troppo sulle prove in generale che i ragazzini della mia generazione dovevano sostenere per consolidata e contagiosa cultura popolare. Ritornando al tema iniziale, quando si presentò l’occasione della prima sigaretta, non tutti riuscivano a sopportare il suo fumo acre. C’erano di quelli che in un paio di giorni s’impadronivano della tecnica dell’aspirare il fumo e poi rigettarne quello superfluo. Ma non pochi furono quelli che stentarono a imparare. Io addirittura non andai oltre il paio di tiri senza che mi si strozzase il fumo in gola. Me lo sentivo uscire dappertutto meno che dalla bocca. Naso otturato, orecchie intasate, occhi strabuzzati e stomaco in rivolta mi procurarono bruciori e lacrime. I tentativi durarono sino al terzo giorno, ma dovetti rinunciare. Mamma s’accorse subito della mia inappetenza e mi chiese cosa avessi, ma mai potevo dirle il vero motivo, una soffiata a Babbo e sarebbero stati dolori. A tavola arrivavo sempre a stomaco chiuso, e non c’era verso di andare oltre il classico sbocconcellare il cibo. Al terzo giorno, dunque, mentre tutti gli altri miei compagni, fratello compreso, sembravano fumatori incalliti, rinunciai definitivamente, fallendo una delle prove più importanti di crescita collettiva e psichica dei ragazzi. - Non ho capito. Per dimostrarvi di essere uomo devo star male? Preferisco farlo con vere prove di forza che mi fanno più uomo, e non con una puzzolente sigaretta. Così chiusi con i miei compagni, che sghignazzavano sfottendomi. Ma nessuno di loro colse l’insita sfida di quelle parole. Per fortuna lasciai il fumo. Lo scoprii anni dopo a un controllo medico per proseguire la carriera di calciatore a più alti livelli. Mi fu diagnosticata un’atrofia cronica all’apice del polmone destro, conseguenza di polmoniti avute nei primi sei mesi di vita. Avevo giocato anni con un polmone e mezzo senza saperlo. Ecco perché negli allenamenti rimanevo sempre indietro ai miei compagni che correvano. Nel momento più sfortunato della mia passione calcistica, seppi che la naturale negazione per il fumo mi aveva evitato guai seri in età matura. È sempre buon principio dare ascolto ai segnali che il fisico ci manda. Grazie al Cielo, Qualcuno lassù mi protesse in quel momento difficile, impedendomi di avvelenarmi per anni. Probabilmente oggi, viste le carenze congenite di respirazione, non sarei arrivato a 76 autunni (nato in ottobre) e non sarei qui a raccontarvelo …

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