di Giuseppe Dulcamare, Bepi De Mario

Consolati stranieri, a Bari ce ne sono 35: ma a che servono questi uffici?
BARI – Si trovano più che altro nel quartiere Murat, all’interno di palazzi prestigiosi sui quali svettano bandiere e stemmi riguardanti Paesi stranieri. Sono i consolati, organi di Stati esteri preposti ad attività di carattere amministrativo in Italia. Bari è la terza città del Sud Italia per numero di consoli (dopo Napoli e Palermo): ce ne sono 35. Ma a che servono questi uffici?

Per rispondere alle seguenti domande ci siamo rivolti al console della Grecia, Stelio Campanale, a quello del Portogallo, Pierluigi Rossi, al rappresentante del Brasile Demetrio Zavoianni e a quello dei Paesi Bassi Massimo Salomone (anche Segretario generale del corpo consolare di Puglia, Basilicata e Molise).


Come mai Bari ospita così tanti consolati?

Molti sono storici, tramandati di generazione in generazione e risalenti anche al Regno delle Due Sicilie, quando Bari aveva una grande importanza nel Sud Italia. Poi ci sono quelli di più recente istituzione, segno di un interesse crescente nei confronti della Puglia, considerata una regione dal grande potenziale turistico, commerciale e culturale. Oltre al fatto che a Bari stanno sempre più aumentando le comunità straniere: gruppi a cui noi diamo forniamo aiuto.

In pratica i vostri uffici che funzioni svolgono?

Si occupano di tutelare gli interessi dei cittadini dello Stato che rappresentano, fornendo assistenza sociale, economica e sanitaria a coloro che si trovano all’estero in vacanza o per lavoro e garantendo aiuto in casi di emergenza o di crisi. Inoltre rilasciano passaporti, carte d’identità e visti. Ma noi lavoriamo anche per migliorare i rapporti tra Paesi, ad esempio organizzando incontri con gli imprenditori che vogliono investire a Bari o anche eventi culturali e scientifici per favorire lo scambio di idee tra la Puglia e altre nazioni.

I baresi possono usufruire dei vostri servigi?

In teoria no, ma capita a volte di aiutare chi necessita di “dritte” per viaggi o progetti commerciali.

Non basta però alzare il telefono per mettersi in contatto con voi…

Può capitare di non essere presenti nelle nostre sedi ufficiali, avendo altre professioni, però tutte le istituzioni hanno il nostro cellulare, compresa la Questura. Quindi in caso di bisogno veniamo chiamati personalmente.

Come si diventa consoli di un determinato Paese?

Non c’è una vera e propria prassi: si può essere figlio di un console e di conseguenza avvantaggiati perché magari si conosce la lingua. Oppure si può essere scelti perché tramite il proprio lavoro si è entrati in contatto con enti stranieri. Di solito comunque di fondo c’è un precedente rapporto con lo Stato che si rappresenta, che permette di instaurare una collaborazione basata sulla fiducia.


Basta quindi una “raccomandazione”…

Fino a un certo punto, perché il candidato alla nomina deve possedere una moralità accertata e una fedina penale immacolata. E comunque prima di esercitare le sue funzioni deve ricevere un’autorizzazione chiamata exequatur controfirmata dai ministeri degli Esteri italiano e straniero. Il permesso tra l’altro non è a tempo indeterminato ma si rinnova ogni cinque anni.

Venite pagati per la vostra opera?

I consoli onorari non percepiscono stipendio, quelli di carriera sì, ma sono la minoranza. A Bari per esempio c’è solo l’albanese che riceve denaro. Il nostro unico “guadagno” è il prestigio che deriva dall’occupare questo ruolo e dal rappresentare l’ambasciatore nelle sedi istituzionali.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

A proposito: qual è la differenza tra consoli e ambasciatori?

L’ambasciatore è presente solo nella capitale, in Italia quindi a Roma. Il console è invece un po’ il suo rappresentante “regionale” sul resto del territorio dello Stato. Anche tra le due cariche non ci sono solo diverse competenze “geografiche”: l’ambasciatore svolge infatti funzioni diplomatiche e di politica internazionale, noi abbiamo un ruolo più amministrativo.

Ci potreste raccontare qualche vostra “missione” particolare?

(Parla Demetrio Zavoianni) Io sono dovuto intervenire nel caso di Adriana, trans brasiliana che a febbraio fu rinchiusa nel reparto maschile del Centro di identificazione ed espulsione di Brindisi dopo aver perso il suo permesso di soggiorno. Aveva paura di subire violenze, così è stato necessario coordinare le autorità dei due Paesi per consentirle  di essere trasferita nel reparto femminile di un’altra città, essendone Brindisi sprovvista.

(Parla Pierluigi Rossi) Fui contattato dalla Questura di Bari quando una loro pattuglia ritrovò, al casello di Bari Nord, un cittadino portoghese senza documenti e in evidente stato confusionale, che percorreva l’autostrada “tranquillamente” a piedi. Riuscimmo a rintracciare i suoi parenti in Portogallo e in un secondo momento a emettere un documento provvisorio della durata di 30 giorni, che gli consentì il rimpatrio.

(Parla Stelio Campanale) Il mio consolato ha interpretato invece un ruolo chiave nelle ore immediatamente successive al disastro della nave Norman Atlantic, che nel dicembre del 2014 subì un incendio mentre si trovava nel Canale d’Otranto. Assistetti in prima persona le famiglie delle vittime e i superstiti, consentendo loro di tornare a casa in maniera sicura e veloce.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Bepi De Mario
Scritto da
venerdì 10 novembre 2017
Giuseppe Dulcamare
Scritto da
venerdì 10 novembre 2017
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