di Antonella Liuzzi

Le storie della ''Casa rossa'', triste campo d’internamento caduto nell’oblìo
ALBEROBELLO – È stato il più longevo campo d’internamento pugliese, una struttura istituita originariamente da Mussolini per detenere i nemici del regime, ma utilizzata fino al 1949 per incarcerare prima gli stessi fascisti e poi persone “indesiderabili”. L’imponente masseria Gigante di Alberobello, conosciuta con il nome di “Casa Rossa” per il colore con cui è tinteggiata, è un luogo della memoria collettiva caduta da molti anni nell’oblio pur essendo stata protagonista di un intreccio di tristi ma anche particolari storie.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Costruita alla fine dell’Ottocento dal sacerdote Francesco Gigante, alla morte del prelato fu adibita a scuola di agraria, destinazione che ha mantenuto fino al 1939, per poi diventare dal 1940 un carcere fascista. I primi prigionieri furono 18 indiani con cittadinanza italiana ma passaporto inglese, catturati poiché diventati “nemici” dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Gran Bretagna.  A questi si aggiunsero, nel periodo tra il 1940 al 1943, centinaia di ebrei italiani, polacchi e cecoslovacchi.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Dopo la caduta del regime però, tra il 1944 e il 1946, gli “ospiti” della Casa mutarono. Ad essere internati questa volta furono proprio  i fascisti pugliesi che avevano ricoperto alte cariche all’interno delle istituzioni mussoliniane.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E arriviamo al 1947, quando a essere chiuse nella masseria sono alcune donne “indesiderabili”: ex collaborazioniste di tutta Europa, ma anche prostitute e sbandate. Tra di loro mamme che porteranno all’interno della struttura anche i propri figli. La Casa Rossa cesserà il suo ruolo di campo di internamento solo nel 1949, dopo aver “accolto” anche clandestini, ladri e vagabondi provenienti dall’Europa centrale e dell’est.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Trasformata per una ventina d’anni in Centro di rieducazione minorile maschile (di fatto un altro carcere) e in seguito in istituto scolastico e addirittura sede di un’emittente televisiva, dagli anni 90 è praticamente caduta nell'oblìo. Nel 2007 la Regione Puglia l’ha dichiarata bene di interesse storico-artistico e qualche anno fa è stata anche acquistata da una cordata di privati con l’intento di recuperarla, ma nonostante tutti questi bei propositi la masseria continua a rimanere abbandonata, in balia di vandali e agenti atmosferici.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Siamo andati a visitare la Casa Rossa (vedi foto galleria), che sorge su un’altura in contrada Albero della Croce, a circa 3 km dal centro di Alberobello. A guidarci Luca De Felice, presidente dell’associazione Sylva Tours and Didactics, che ogni anno ad agosto mette in scena nei campi adiacenti la struttura la rievocazione storica “La Notte dei Briganti”.  

La masseria si sviluppa su tre piani ed è costituita da circa trenta vani di varia grandezza. Già dall’esterno si nota il grave stato di conservazione in cui versa, con il rosso delle mura sempre più sbiadito. Accanto al corpo di fabbrica ottocentesco vi sono anche quattro trulli, anch’essi in avanzato degrado, che costituiscono la parte più antica del complesso.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Sulla facciata principale vi è un grande portone d’ingresso alla cui sommità è riportata la data di fondazione della scuola di agraria: 1887. Dopo aver varcato la soglia, stanziamo nell’atrio con volte a botte e siamo colpiti dallo stato d’incuria in cui vigono gli interni della struttura. Sui muri scritte di vario tipo e su una porta addirittura una croce celtica. Stesse immagini che si presenteranno in tutti gli altri ambienti che visiteremo in seguito, segno che la Casa è altamente frequentata da vandali che vi entrano indisturbati non curanti dei divieti.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Una porta conduce a un corridoio su cui si affacciano una decina di stanze. Scendiamo un paio di gradini e siamo in un locale che si affaccia direttamente su un grande atrio interno dove è facile immaginare un tempo i detenuti intenti a conversare.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

E’ ora di salire al piano superiore. Una scala ci accompagna in un lungo corridoio su cui ci sono gli ambienti dove un tempo erano sistemati i letti dei prigionieri. Tra i tanti che sono passati di qui, va ricordata la storia del musicista austriaco (ebreo) Charles Abeles.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

«Un facoltoso proprietario di Alberobello di nome don Ciccio Nardone – ci racconta De Felice – scoprì che nel campo si trovava un musicista e con il pretesto di dare lezioni a sua figlia, lo ospitò a casa sua dove lo curò e rifocillò. Si creò un forte legame tra i due tanto che Abeles per ringraziare il suo benefattore gli dedicò un componimento: “La felicità”. Durante la sua prigionia poi si convertì al cristianesimo e prese il nome di Francesco: lo stesso di Nardone, che fu suo padrino di battesimo»

Ma quella di Abeles è solo una delle mille storie che aleggiano nella Casa. Uscendo dalla struttura si nota una porta di legno con una croce alla sua sommità: è l’entrata di una piccola cappella completamente affrescata nel 1948 da Viktor Tschernon, profugo lituano internato nella Casa Rossa. Con i materiali poverissimi che aveva a disposizione realizzò, tra l’altro, il ciclo degli episodi più importanti della vita di Santa Chiara e San Francesco.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

L’ultima sorpresa della masseria ce la offre il seminterrato, lì dove è presente la scocca di una Balilla degli anni 30, forse l’auto del direttore del campo d’internamento durante il periodo fascista: il podestà Donato Giangrande.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Non ci resta ora che abbandonare la Casa Rossa, un edificio che meriterebbe una maggiore considerazione vista la sua grande storia. «Ma forse è proprio questo il motivo del suo abbandono  - ci rivela De Felice -. La masseria è stata sempre vista come un luogo di sofferenza, come un qualcosa di cui non essere fieri ma da allontanare: se non fisicamente almeno nelle coscienze».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica di Nicola Imperiale)

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Antonella Liuzzi
Scritto da
lunedì 29 maggio 2017
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  • riccardo strada - Sono uno della cordata di imprenditori che hanno rilevato circa 10 anni fa la struttura. Posso solo dire che è molto facile commentare dall'esterno senza sapere che un immobile del genere puo' funzionare solo con l'ausilio del pubblico altrimenti non puo' dare alcun reddito e questa volonta' , benche' sollecitata non c'e' mai stata. Colgo l'occasione per far presente che un edificio del genere ben si ssrebbe prestato a sede dell'ecomuseo della Valle d'itria con un ostello per bikers e valorizzando il territorio con manifestazion i permanenti di Land Art nel bosco e nei terreni circostanti, ma purtroppo il campanilismo e le gelosie dei sette comuni che costituiscono l'ecomuseo non credo lo permetteranno.
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