di Salvatore Schirone

Gozzi e pescherecci: la storia di Vincenzo Saponaro, "il" maestro d'ascia di Monopoli
MONOPOLI -  Affollano tutti i porticcioli pugliesi con i loro sgargianti colori e la forma sinuosa. Sono i cosiddetti “gozzi”, imbarcazioni a remi utilizzate per la piccola pesca di molluschi e pesce locale. Si tratta degli ultimi scafi costruiti in legno e realizzati dai maestri d’ascia, coloro che riescono a trasformare un tronco d’albero in un natante.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Una professione questa in via d’estinzione, visto che ormai da tempo la maggior parte delle barche si costruiscono in metallo, vetroresina e compensato marino. Gli artigiani si contano così sulle dita di una mano: nel barese sono ancora presenti più che altro a Molfetta e Monopoli.

Proprio nel paese a sud di Bari è attivo con il suo cantiere l’86enne Vincenzo Saponaro, discendente della più antica famiglia di maestri d’ascia monopolitana e custode dei segreti di un’arte tramandata per oltre due secoli da padre in figlio. Fu lui nel 1951 a costruire in città i primi motopescherecci in legno, andando così a incrementare la pesca prima monopolizzata dalla vicina Mola di Bari.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da qualche anno l’uomo ha
“sotterrato” il suo strumento di lavoro, lasciando al nipote Vito l’onore e l’onere di continuare, seppur tra tante difficoltà, le tradizioni di famiglia. Siamo andati a trovarlo. (Vedi foto galleria)

Vincenzo ci accoglie nello studiolo ricavato nel mezzanino del suo appartamento nella città vecchia di Monopoli. Sulle pareti decine di modellini navali si alternano alle numerose targhe e riconoscimenti ricevuti per la sua professione.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il locale è sommerso da libri, documenti storici e montagne di disegni, perché il maestro d’ascia è anche un ottimo divulgatore e storico: Saponaro ha anche scritto un importante libro sugli artigiani monopolitani. L’uomo dopo averci mostrato alcune fotografie, tra cui una del 1947 quando a 16 anni faceva l’apprendista a Cala delle Fontanelle, ci racconta la storia della sua famiglia (vedi video).

«Tutto è partito da mio nonno Paolo – ci dice – un falegname che aveva la passione per le barche. Lui alla metà dell’800 aprì il primo cantiere a Cala delle Batterie, nome derivato dalla presenza, nel periodo spagnolo, di una postazione di artiglieria».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


Questo porticciolo naturale è lo stesso da cui ogni 16 dicembre e 14 agosto partono le celebrazioni per la patrona di Monopoli, la Madonna della Madia. Qui infatti la tradizione vuole che nel 1117 sia approdata la venerata icona della Vergine proveniente da Gerusalemme. La rievocazione avviene su un’enorme zattera che da sempre è costruita e messa a disposizione proprio dalla famiglia Saponaro.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Il maestro ci confida qualche segreto sul come costruire una barca in legno. «Non si parte mai da un progetto – afferma - il disegno ce l’abbiamo in testa e lo trasmettiamo alle mani. Si inizia da una sola sagoma per le ordinate, cioè le costole. E poi si lavora di ascia pian piano, procedendo per gradi, smussando, adattando e riprovando, fino a trovare la perfezione».Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Vincenzo pone l’attenzione sulla carena dei gozzi che è tonda e non a spigolo come quelle realizzate in compensato. E la prua, ma anche la poppa, sono a punta. «E questo perché i pescatori sono spesso alle prese con il maestrale -  ci confida -: il taglio a punta anche a poppa serve ad affrontare le onde quando la barca arriva a riva e impedire che venga spinta pericolosamente di traverso.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Con l’anziano signore facciamo ora un giro per il porto, dove incontriamo altri due maestri d’ascia: Nicolò e Cosimo Lafronza, padre e figlio. Vincenzo vedendo questo scafo in costruzione si ricorda di quando, dopo aver plasmato da una quercia chiglie, costole, ponti e alberi, il natante veniva finalmente inaugurato. «Era un momento magico – rammenta con nostalgia -: si lanciava la bottiglia di spumante contro la prua e si faceva entrare il peschereccio in mare. Si chiamava varo a scivolo”. Ora invece il tutto avviene con un carrello e una gru che la cala in acqua: niente più legno, niente più manualità, niente più poesia».

(Vedi galleria fotografica di Gennaro Gargiulo)

Nel video (di Gianni de Bartolo) il nostro incontro con Vincenzo Saponaro:


 

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Salvatore Schirone
Scritto da
mercoledì 30 maggio 2018
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