di Salvatore Schirone

Monte Rosso non è leggenda: l’esistenza dell’isola barese svelata da antiche cartine
BARI - Non è una leggenda. La cartografia storica lo conferma: Monte Rosso, la secca di fronte al molo Sant’Antonio e al Fortino, è davvero ciò che resta di un’isola che si è inabissata lentamente in mare nel giro di un millennio per poi scomparire del tutto un paio di secoli fa. Isola sulla quale si trovava anche un monastero. A confermarlo è Nino Greco, presidente dell’Archeoclub di Bari, che lo scorso 17 ottobre ha reso noto il risultato delle sue ricerche. Lo abbiamo intervistato. (Nell’immagine principale la ricostruzione grafica di Monte Rosso riprodotta  dal centro archeologico operativo di Bari)

Quindi la storia di un monastero scomparso, di dolci acque sorgive affioranti sul mare, di misteriosi rintocchi notturni di campane, di tesori sommersi non sono solo il frutto di fantasie e credenze popolari? Di fronte alla costa di Bari c’era davvero un’isola?

Nonostante la carenza di notizie storiche, grazie al rinvenimento di tre antiche carte geografiche (vedi foto galleria) possiamo affermare con certezza che a 200 metri  dalla terra ferma un tempo si trovava un isolotto abitato da monaci in cerca di pace e solitudine, marinai in quarantena sbarcati da navi infestate dalle peste e sentinelle del mare pronte a dare l’allarme alla vista delle navi saracene.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Di che cartine parliamo?

La prima, la più antica, è una delle 26 tavole redatte tra il 1535-1540 da due ambasciatori del re di Napoli inviati sulla costa di levante del regno per riferire sullo stato delle fortificazioni. La carta, tratta dall'atlante  “Lemos”, è conservata nella Bibliothéque Nationale de France a Parigi. Era stata usata anche da alcuni architetti per il progetto di riqualificazione del Fortino, ma nessuno aveva mai notato e dato importanza al particolare ben visibile dell’isolotto a sinistra del molo Sant’Antonio, con la chiara indicazione anche della presenza su di esso di una piccola fortificazione contrassegnata dalla lettera “C”, che potrebbe indicare un antemurale armato con cannoni.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.


La seconda?

È una cartina del 1680, del famoso stampatore olandese Gerard Van Keulen specializzato in “portolani”, carte geografiche delle zone costiere di tutto il mondo. Uno dei cinque grossi volumi della collezione è dedicato al golfo di Venezia e stranamente in un incipit che accompagna la cartografia c’è un’immagine di Bari con il molo di Sant’Antonio ricostruito e il segno di due direttrici: su una di esse sono effigiati due isolotti. Probabilmente sul finire del XVII secolo l’isola, per via del fondale carsico, stava già sprofondando nel mezzo e aveva dato origine all’emersione di due parti di essa. 

E infine ce n’è una più nuova...

Sì, ci porta nel 1872, quando la Regia Marina pubblicò una carta nautica basata sui rilievi del capitano di vascello Invert, eseguiti anni prima intorno al 1822-1824. Nella cartina la presenza dell’isola è individuata da due galleggianti, segnati come la “secca del monte”. Nella prima metà dell’800 quindi le due vette erano segnate ancora come affioranti. "Secca" perchè i rilievi batimetrici di allora posizionano le due cime su un basso fondale compreso tra i 40 e i 70 centimetri. Livelli confermati anche dalle attuali carte nautiche che lì mostrano proprio una secca.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Lei è anche certo che in passato l’isola fosse collegata alla terraferma…

Possiamo ragionevolmente presupporre che nell’XI secolo l’isolotto fosse collegato alla terraferma con un braccio naturale esteso per circa 300 metri.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

Da una esplorazione archeologica subacquea del Monte rosso che cosa ci potremmo aspettare?

Molto, perché probabilmente in quel fondale si nascondono le tracce più antiche della civiltà barese, risalenti all’età del bronzo. Parliamo infatti di un’isola che in tempi molto antichi, cinquemila anni fa, emergeva dal mare per oltre cinque metri.Notizia pubblicata sul portale barinedita.it e di sua proprietà.

(Vedi galleria fotografica)

© RIPRODUZIONE RISERVATA Barinedita



Salvatore Schirone
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giovedì 19 gennaio 2017
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  • Luis - Dovrebbero finanziare subito le ricerche, sarebbe fantastico per tutti I baresi a cui interessa conoscere la storia del proprio popolo. Peccato però che da queste parti certe attivita' sono poco praticate e lente,
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  • Lorenzo Borrelli - Qualcuno ha fatto mai ricerche subacquee?
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  • Pasquale B. Trizio - Cerco di intervenire in punta di piedi nella questione riguardante il Monte Rosso, isola al largo del porto antico della città di Bari possibile sede di un monastero e di eventuali monaci, che si sarebbe inabissata a seguito di bradisismo. Ebbene, io che da bambino ho visto la cupola della cappelletta – dedicata a S.Antonio Abate - e come me tutti i bambini del borgo antico, ci sono andato su, negli anni 80, fotografando con una macchina fotografica subacquea quanto restava di una modesta struttura che il mare, nel tempo, ha provveduto a distruggere. Nessun resto di monasteri o di architetture ma semplici pietre rotolate tutt’intorno. Tutto il fondale circostante, che si estende sino a S. Nicola, è rappresentato da uno spianata di roccia calcarea che nulla ha a che vedere con un’isola della quale non v’è traccia alcuna. Esistono, perché li ho fotografati con una macchina subacquea e con l’aiuto di Nicola Schirone – le cui immagini mi sono sforzato di ritrovare - e, forse, esistono ancora, solo pochi massi rotolati tutt’intorno che testimoniano dell’azione distruttiva delle onde. Tra l’altro, proprio la Secca del Monte fu investita, negli anni trenta ca. da un motopeschereccio della ditta Virgilio & Mastronardi che naufragò causando molte vittime a seguito di un fortunale. In realtà, il Monte Rosso era un punto di ormeggio, quello che l’architetto Gimma (fig.1) agli inizi dell’800 in una sua rappresentazione dell’antico porto di Bari definì “molo antico rovinato”, necessario quale primo attracco alle navi provenienti da quelle nazioni ove le malattie contagiose come la peste risultavano endemiche; lì esse scontavano – come si dice in gergo marinaresco – la contumacia rappresentata dalla c.d. quarantena. Ciò lo si evince chiaramente anche dalla pianta della Bibliothéque National de France – Paris (fig. 2) dalla quale si rileva una semplice e modesta struttura artificiale segmentata. In età moderna per una nave proveniente da un paese balcanico approdare in un porto del Adriatico risultava piuttosto problematico – oltre che proibito - data la presenza di una opposta sponda ove la peste risultava endemica; pertanto, per un approdo degno di tale nome il possedere un punto di ormeggio isolato ove far giungere le navi e garantire così il commercio - e le genti - da possibili contagi tramite la quarantena risultava essere un segno di modernità ed efficienza rispetto ad altri porti vicini ed una occasione per incrementare i propri traffici a discapito di altri. Barletta era uno di questi; non a caso il porto di Barletta era il più importante del basso Adriatico dal punto di vista commerciale e possedeva, da sempre, una piccola isola (fig.3) oggi inglobata nel molo artificiale foraneo; Bari seguiva subito dopo perché anch’essa possedeva un “molo staccato” ove far approdare le navi estere in quarantena prima delle operazioni commerciali. Infine sono molto perplesso circa alcune immagini poste a corredo dell’articolo dell’amico Schirone; la ricostruzione storica effettuata non corrisponde affatto alla città di Bari ed è veramente fantasiosa e priva di riscontro; altrettanto mal interpretata è quella tratta da un portolano francese che mostra l’ingresso dell’antico porto di Bari. Qui, all’estremità del molo (e non a Nord-Ovest di esso ove è situato il Monte Rosso) v’erano alcuni scogli, molto pericolosi per l’ingresso del porto che con il prolungamento del molo, furono anch’essi inglobati nella nuova struttura, poi completata con l’ultimo tratto nel 1936. Le linee tracciate sul portolano, infatti, indicano gli “allineamenti”, indicativi per le navi che volevano ancorarsi fuori del porto in attesa della caricazione. Infine, per confermare la presenza di una cappelletta posta all’estremità del “molo antico rovinato” culminante con una piccola cupola semisferica visibile da terra – e che io ho visto da bambino! – vale un detto molto comune fra i giovani “affamati” del borgo antico: màmm, famm ‘u piàtt com ‘o mond rùss!
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  • Eugenio Lombardi - Leggo con molto interesse sia l'articolo dell'amico Salvatore Schirone, sia le riflessioni di Pasquale Trizio. Non mi ero mai occupato della questione, pur cultore della grande Storia locale e quindi traggo gran vantaggio da questa lettura. Il confronto è bello e serrato e mi piacerebbe molto vederlo proseguire, tra chi interpreta carte e scritture per la presenza di un monastero e chi ha avuto un contatto anche più fisico con i luoghi e li interpreta in modo più pragmatico.
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  • Vito Campanale - Appresi per la prima volta della (possibile) esistenza dell'isolotto, leggendo anni fa il libro di Antonella Lattanzi "Leggende e racconti popolari dellaPuglia". L'ipotesi è molto affascinante e -pare- radicata nella memoria storica delle genti della città vecchia. Pur avendo delle riserve in merito, sono molto contento che la cosa sia tornata d'attualità e che ci sia gente che stia dando il proprio contributo, a favore o contro non importa, per meglio far luce sulla questione.
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  • michele amoruso - Mio padre classe 32 nato a Barivecchia , non era un grande nuotatore ma mi raccontava che con l'aiuto di alcuni amici riusciva a raggiungere il famoso Mond Russ . Era un punto di arrivo per i giovincelli di arrivo ed una prova di vigore isico. Eravamo in piena epopea con il mito della orza e della giovinezza e la meta del Mond Russ era una prova che non poteva mancare per dimostrare tale vigore.
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  • Erasmo Marco D'Ambrosio - Confermo tutto quello dichiarato del sig.Trizio ho visto mentre ero in immersione un ormeggio di ferro risalente all'incirca al 1800
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